Terzo settore
laboratorio di innovazione

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Nel nuovo paradigma di sviluppo incentrato sul concetto di open innovation, il Terzo Settore potrebbe fare ancora di più: diventare un partner strategico che aiuta il mondo produttivo a migliorare

Dimensione sociale e start up
I tanti dibattiti che negli ultimi mesi vedono impegnati esponenti del mondo accademico, imprenditori, pensatori e – sempre più spesso – politici italiani cercano di chiudere il cerchio attorno a un serie di fenomeni (se così possiamo chiamarli) che hanno un apparente punto in comune: la dimensione “sociale”.

Economia sociale, responsabilità sociale d’impresa, impresa sociale, impatto sociale, finanza sociale – recentemente il quadro si è arricchito anche di un nuovo elemento: le b-corporation, dove “b” sta per “(social) benefit”, sulle quali si sta discutendo in Parlamento.

Se questa è una tendenza relativamente recente, ben più datato è invece un altro grande dibattito – trasformatosi poi anche in tanta pratica – che si è diffuso nel nostro Paese: quello sulle start up innovative e il loro ruolo nel sistema economico nazionale.

Per chi non lo avesse seguito fin dall’inizio, il tema ha assunto una sua rilevanza nel momento in cui la start up innovativa è diventata una fattispecie imprenditoriale giuridicamente riconosciuta in Italia grazie al cosiddetto Decreto Crescita 2.0 (DL 179/2012).

Prima di allora però il tema delle start up era già arrivato come prodotto di importazione da oltre oceano, dove da anni si favoleggiava di giovani talentuosi che, incontratisi una sera in un pub, erano capaci di dare vita a Google partendo dal garage di casa loro.

Negli Stati Uniti, infatti, da diversi decenni è presente un florido mercato di investitori istituzionali il cui obiettivo è quello di individuare e far crescere nuove imprese fortemente orientate all’innovazione e altamente redditizie. Inoltre, anche molte imprese già consolidate hanno voluto investire in questo nuovo mercato non tanto con l’idea di generare profitto acquistando e vendendo quote di nuovi business, quanto con la volontà di accaparrarsi l’innovazione sviluppata da team di menti brillanti per inserirla all’interno del proprio ciclo produttivo.

Questo genere di strategia di sviluppo aziendale è stata concettualizzata nel 2003 da Henry Chesbrough, che l’ha denominata Open innovation, e in ragione della quale le imprese, invece che investire ingenti risorse nei propri dipartimenti di R&S interni, avrebbero dovuto cercare al di fuori e acquistare sul mercato quelle innovazioni necessarie a mantenere competitivi i propri modelli di business.

Dopo un primo giro a vuoto, in anni in cui “start up” era più uno slogan per i politici che non qualcosa che avesse a che fare con il sistema economico nazionale, anche le nostre grandi aziende, evidentemente affascinate dal concetto di open innovation, hanno cominciato a investire in maniera coerente nel settore delle start up vedendo in queste ultime tanti piccoli laboratori di innovazione.

Innovazione sociale e innovazione frugale
Visto che abbiamo cominciato a parlare di innovazione, un altro concetto del quale ultimamente si è molto dibattuto è quello di innovazione sociale: se l’open innovation ci dà una prospettiva del tutto nuova del come innovare processi o prodotti da posizionare sul mercato, quest’ultimo si concentra sugli obiettivi del processo innovativo, ovvero sul perché innovare.

Anche se le definizioni sono numerose, quasi tutte concordano sul fatto che l’obiettivo dell’innovazione sociale sia di dare risposte nuove a problemi o sfide economici, sociali e ambientali valorizzando le risorse presenti a livello comunitario.

Che queste dimensioni abbiano assunto un’importanza sempre più rilevante lo testimonia anche la scelta del nostro Legislatore di prevedere, nel già citato Decreto Legge 179/2012, la fattispecie della start up innovativa a vocazione sociale: una forma d’impresa che, pur caratterizzandosi per la propensione all’utilizzo di innovazioni tecnologiche, sceglie di operare in quegli ambiti di riferimento che nel nostro ordinamento caratterizzavano l’impresa sociale (ex. Legge 155/2006). Al di là delle start up, sono comunque sempre di più le imprese che dichiarano di tenere in considerazione la propria dimensione sociale, tanto da farne in alcuni casi elemento centrale della propria mission.

Non per questo, tuttavia, esiste una perfetta sovrapposizione tra imprese sociali – le quali possono essere tali anche non essendo innovative – e soggetti che si occupano di innovazione sociale, molti dei quali non si configurano giuridicamente come imprese. Esistono infatti casi concreti di organizzazioni ibride che hanno dato vita a innovazioni che investono la dimensione sociale per almeno due fattispecie differenti: da un lato perché modificano la socialità dei componenti di una colettività che vive in un determinato territorio, pensiamo ad esempio alle Social Street nate a Bologna e presto diffusesi nei contesti urbani di mezzo mondo; dall’altro perché hanno innovato il sistema di scambio e relazione delle persone creando delle dinamiche di condivisione e collaborazione capaci di generare nuovo valore, si pensi alle tante pratiche che vengono ricondotte al mondo della sharing economy.

Queste forme di innovazione si caratterizzano spesso per un basso investimento in termini di risorse finanziarie ma per un’alta intensità di capitale umano impiegato nella generazione di nuovi processi produttivi. Esse spesso seguono a pieno la logica della valorizzazione delle risorse presenti nella comunità di riferimento, raggiungendo un alto livello di efficienza.

L’attitudine di creare qualcosa utilizzando le (poche) risorse a disposizione è stata definita da alcuni studiosi con il termine di innovazione frugale, un concetto che descrive molte innovazioni prodotte in contesti caratterizzati da scarsità di risorse e dall’attitudine di aguzzare l’ingegno per risolvere problemi quotidiani, come i Paesi in via di Sviluppo.

Terzo settore e imprese
Benché sia difficile sostenere a priori che il Terzo settore sia un mondo che si caratterizza per essere fortemente orientato all’innovazione (è però altrettanto difficile sostenere il contrario), possiamo affermare sicuramente che, qualora un’organizzazione non profit si caratterizzi per essere innovativa, il tipo di innovazione che sarebbe in grado di sviluppare avrebbe sicuramente una grande componente sociale – perché nella sua stessa natura – e, molto probabilmente, sarebbe in linea con il principio della frugalità, visto che stiamo parlando di un mondo che è da sempre abituato a produrre un grande valore in regime di scarsità di risorse economiche.

Basti pensare alle tante organizzazioni di volontariato che erogano servizi in risposta alle più diverse problematiche sociali, economiche e ambientali avvalendosi esclusivamente o quasi del tempo, della volontà e delle competenze di persone che volontariamente decidono di dare il proprio contributo alla loro mission.

Un dato che invece assume quasi la dimensione di un fatto è che il Terzo settore cerca fortemente un dialogo con il mondo delle imprese: spesso viste come fonte di risorse economiche o come partner operativi con i quale creare collaborazioni.

Ma cosa pensano, invece, le imprese della collaborazione con il Terzo settore?

Al di là dell’ormai ben conosciuto mondo della CSR, un recente studio ci dice che le imprese sono ben disposte a porre in essere rapporti di fornitura con soggetti del Terzo Settore (nello studio in particolare si approfondisce il settore della cooperazione sociale di inserimento lavorativo) al quale viene riconosciuta la capacità di creare valore sia per quanto riguarda il prodotto in se e il suo rapporto qualità/prezzo, sia per la componente “sociale” che questo incorpora.

Dallo studio si evince anche che i servizi tipici che le imprese acquistano dalle non profit sono per lo più servizi tradizionali (pulizia, manutenzione, cura del verde), quindi con una componente innovativa incorporata nel prodotto molto ridotta. La vera innovazione di questi servizi è però incorporata tutta nel processo produttivo, laddove queste organizzazioni riescono a erogare servizi di qualità e a prezzi competitivi pur impiegando manodopera che, soggetta a vari tipi di svantaggio, ha spesso minori livelli di produttività.

Magia? No: tutto questo è il frutto di competenze composite e altamente specializzate, una cultura aziendale fortemente orientata all’obiettivo e una spiccata attitudine al problem solving.

Eppure nel nuovo paradigma di sviluppo incentrato sul concetto di open innovation, il Terzo Settore potrebbe fare ancora di più: mettendo a disposizione delle imprese la sua capacità di innovare per aumentare l’impatto sulla collettività (innovazione sociale) e lavorando in regime di scarsità di risorse (innovazione frugale),

può diventare un partner strategico che aiuta il mondo produttivo a migliorare non solo i processi, ma anche i prodotti e il loro utilizzo

(vedi ad esempio l’esperienza di Hackability), rendendoli più a misura delle esigenze di nicchie di mercato particolari (basta pensare alle differenti tipologie di svantaggio fisico e psichico), o di collettività di individui che condividono necessità specifiche.

by Francesco Ranghiasci
In Puntodock seguo l’innovazione e lo sviluppo dei servizi e curo i rapporti con i clienti. Mi occupo inoltre di consulenza su processi decisionali collaborativi per imprese e organizzazioni dell’economia sociale.
@RanghioFrance

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